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Geremia

Scheda veloce del protagonista:

Nome: Mario     
Cognome: Lavega      
Città di nascita: Bergamo
Città di residenza: Bologna
Età: 31
Segni particolari: alto, esile, unti cappelli scuri.
Carattere: introverso e riflessivo, ma non timido. Piuttosto lento nei ragionamenti, ma acuto e tagliente quando parla. Gli amici lo sfottono per i suoi tempi di reazione durante le discussioni, solitamente reagisce agli stimoli fuori tempo massimo, come fosse sotto l’effetto di chissà quale stupefacente. Un ottimo ascoltatore che ama stare in compagnia.
Look: attentamente trasandato
Squadra del cuore: atalanta
Famiglia: figlio unico di genitori agiati, separati (quando lui aveva sette anni), disperati
Religione: ateo, disinteressato
Politica: anarcoide per natura, sinistrorso confuso, disincantato, insofferente verso la vita borghese e i suoi ritmi, frequenta i centri sociali, ma non si interessa veramente di nulla, lo si potrebbe definire un estremista disimpegnato.
Scuole: magistrale, farmacia e poi dams, eterno studente
Lavoro: poco ed interinale. Nessuna attitudine al lavoro, disprezza i lavori di concetto, quelli dove si deve pensare e prendere decisioni; non riesce a non far tardi la sera, cosa che mina costantemente la sua puntualità e il prolungarsi dei suoi contratti di lavoro.
Aspirazioni: nessuna, o, una per ogni birra la sera.
Soldi: viziato dai suoi, per via della solita competizione tra separati, mossa in realtà da neanche troppo nascosti sensi di colpa, si ritrova senza soldi per non cedere alle premure ricattatorie dei suoi, che lo vorrebbero sotto controllo a Bergamo.

Idea fissa: ritrovare Lei

 

Biografia di Mario (la sua memoria):
Mario nasce in un caldissimo otto agosto bergamasco del 1970, nell’ospedale della città, con tutte le cure possibili dovute a un prematuro e anche qualcosa in più, visto che il padre Cristiano Lavega, allora 38enne, dirige il reparto di ortopedia. La mamma Maria Pia Lambretti, fragile infermiera trentenne, non può credere ai suoi occhi vedendolo così piccolo dentro la sua incubatrice. Immagine che le rimarrà in testa per tutta la vita e che contribuirà alla sua totale mollezza verso questo suo primo e unico figlio.
L’infanzia di Mario sembra scorrere tranquilla nella Bergamo alta, l’asilo dalle suore, l’elementari all’Istituto Statale Toniolo, dove scopre i suoi due primi amori, Anna e il calcio. Anna frequenta la sua classe e ogni tanto si parlano, in una recita in seconda avevano persino ballato insieme. Il calcio è un colpo di fulmine, esordisce prestissimo nei pulcini dell’atalanta, e sarebbe uno splendido attacante se non fosse per quella sua corporatura così esile, cui la madre cerca di metter rimedio con quintalate di bistecche. A sette anni il grande trauma, i suoi si separano e lui va a vivere con la  madre e il nuovo compagno, un ricco fabbricante di stoffe della zona. Diviene via via più triste, a nulla servono gli svaghi come golf e equitazione che il ricco patrigno gli procura. Si ammala d’asma, e il padre, quelle poche volte che non sparla di quella mignotta (la madre), non fa altro che ammonirlo per i rischi della sua salute così cagionevole. Abbandona così i pulcini e affronta le medie con poca voglia, taciturno e solitario.
Il liceo classico Da Vinci occuperà sei anni della sua vita, per via di una bocciatura al quarto ginnasio. E’ qui che conosce Massimo Nardelli, giovane pugliese anarcoide amante dei sex pistols, dei clash e della marjuana. Le prime fughe da casa, il primo bacio al buio e a 17 anni la prima scopata con un inglesina conosciuta in un campeggio a Gallipoli. Il campeggio a Gallipoli e il meridionale Massimo Nardelli ancoreranno Mario a salde posizioni antileghiste quando quel vento xenofobo cominciò a tirare nella sua città.
Finalmente, nel 1990, con un 42 alle spalle può partire, iscriversi all’Università di Bologna, andare via da quella città, da quel rompicoglioni di suo padre e da quell’isterica della madre, che intanto lasciata dal suo stoffaiolo è andata a vivere con uno stronzo leghista. Il padre lo vorrebbe medico e lui per non deluderlo troppo si iscrive a farmacia. Ma non è questo che importa, almeno per i primi meravigliosi due anni, in una casa mista con tre studentesse e due assurdi calabresi dediti continuamente al rullaggio. Vive di notte, come tutti i vampiri/matricole, tra centri sociali, pub notturni e rave alternative. Regge poco l’alcool e ha sempre bruciore di stomaco, ma non sono motivi per smettere, almeno fino a quando, passati due anni senza sostenere neanche un esame, non gli arriva la cartolina del militare. Obbietta naturalmente e finisce in una casa famiglia, che accoglie ragazzi down e con problemi mentali. Un’esperienza forte che segna in meglio il suo carattere e almeno per un anno gli offre un senso esistenziale. E’ in questo periodo che conosce Marta una sera al centro sociale. Lei, sarda, di Orgosolo, 25 enne, fa volontariato in un campo nomadi e trova straordinaria l’esperienza di Mario. Lo ascolta e parla di lei per ore. Così finiscono insieme, semplicemente, tranquillamente.  La convivenza già dopo il primo mese, lei è un tram e Mario si lascia travolgere dalla sua vitalità, l’università per entrambi può aspettare. Insieme fanno i primi viaggi lisergici, inizialmente durante i rave, poi sempre più spesso così per sconfiggere la noia e i sensi di colpa da studenti oziosi. Dopo tre anni di spensierata convivenza, Marta comincia a perdersi in viaggi sempre più rischiosi e senza ritorno, di fronte agli occhi impotenti di Mario. Lui, paralizzato da una sua forma massimalista di intendere il rispetto e da un senso di frustrato abbandono, non regge i suoi ritmi, né riesce a limitarla, si limita ad aiutarla ogni volta che la vede collassare. Così Marta comincia con alcuni amici a sniffare eroina, poi le siringhe, la frequentazione di ambigui spacciatori marocchini, con uno dei quali finisce persino per convivere, abbandonando “civilmente” Mario, che non riesce a far nulla per riparare, se non bere, aumentare le sue canne e confidarsi con gli amici irridenti. Nei momenti del bisogno però lui è sempre presente, che si tratti di portarla velocemente all’ospedale o di regalarle del denaro. Infine, dopo otto mesi di eroina, e l’aver rischiato quasi di morire in mezzo la strada, Marta passa alla vita da punkabbestia, con un cane bianco maremmano, e il suo nuovo amore, il giovanissimo e lisergico siciliano Ciccio. Fuggita al suo geloso amante marocchino, grazie all’aiuto di Ciccio, ha fatto perdere a tutti le sue tracce.
Nel frattempo Mario non ha mai smesso di pensare a lei, trasformando il suo amore in una forma più matura ma non per questo meno ossessiva, dove non è il possesso che lo muove, ma il prendersi cura di lei senza esigerne un ritorno. Vuole vederla, sapere che sta bene, conoscere Ciccio e forse…